La Società
Tivoli dall'Accademia degli Agevoli alla Società Tiburtina passando per gli Arcadi Sibillini (sec.XVI-XX)
articolo del socio Proff. Camillo Pierattini
L'esaltazione municipale per la raggiunta supremazia nella valle dell'Aniene e le successive lotte tra le fazioni, da cui fu afflitta la città di Tivoli a partire dalla fine dell'XIV secolo, trovarono una temporanea pausa nell'estate del 1461, quando il soggiorno di Pio II valse a consolidare l'autorità pontificia. Così gli animi sembravano calmarsi, se non altro perché di questa autorità si erano fatti garanti i cannoni della Rocca Pia, puntati minacciosamente, sulla città.
Ma, prima che le inimicizie si placassero del tutto, fu necessario un altro mezzo secolo, non solo per lo sfoltimento demografico delle ricorrenti ondate di peste, ma anche con la strage della battaglia di Vazolo, combattuta il 30 marzo 1497 tra i seguaci di Colonna e degli Orsini, della quale ha Papa Alessandro VI diceva di essere deluso, perché le due fazioni non si fossero reciprocamente annientate, al fine di rendere più facile in questa parte dell'Lazio l'avvento di un'era di pace.
Il secolo XV era stato veramente strano: alle fiere turbolenze intestine e alle pestilenze si erano aggiunte ripetute scosse di terremoto, alluvioni dell'Aniene e spietate scorrerie di eserciti. La città era calata a meno di tremila anime; agricoltura e commercio ristagnano; languiva la vita culturale da quando le scuole erano chiuse o agonizzavano. E, mentre dal territorio della diocesi e della valle dell'Aniene affluivano nuovi immigrati, in maggioranza povera gente, che prendeva il posto degli scomparsi, molti tiburtini invece fuggivano, si stabilivano altrove, soprattutto a Roma, attirati dal miraggio della piccola mercatura o dei mestieri modesti, e i più capace anche allettanti dai rari uffici dell'amministrazione capitolina, o, se ecclesiastici, dai canonicati delle basiliche maggiori e perfino dai letterati alla " Sapienza". Rimanevano a Tivoli, oltre la massa del popolo minuto, gli inquieti, gli uomini d'arme e di partito, insieme con una schiera esigua di ecclesiastici, di notai, giudici e cancellieri, i cui nomi sono sopravvissuti alla quasi totale dispersione delle memorie d'archivio: di essi c'è ricordo in pochi registri e documenti, talvolta stillati in elegante latino ed in dignitosa forma letteraria .
Ma,verso la fine del secolo XV nella prima metà del seguente, Tivoli era già in marcia nella via della ripresa: l'autorità del governatore pontificio aveva assunto un'importanza tale da condizionare quella del potere comunale e perfino quella del vescovo, che che allora cominciava a rivestirsi di nuovi carismi spirituali, mentre la città risentita dei benefici effetti ottenuti dalla presenza dei gesuiti, la cui opera da 1539 colmava di nuovo le sacche di ignoranza religiosa e culturale, formatesi dopo la scomparsa dei benedettini. E, nonostante le disastrose incursioni belliche, come quella del 1527 e, in seguito, quelle di spagnoli, napoletani e pontifici stessi durante la guerra di Paolo IV contro Filippo II in Italia, sembrava che Tivoli fosse alla soglia di un radicale rinnovamento .
Fu dunque avere rinascita l'azione di un governatore eccezionale, il cardinale Ippolito II d'Este (1509- 1572) che, lungi dal lasciarsi intimorire dai rigurgiti di uno stracco municipalismo, dette alla città un impulso tale da farle assumere in Italia, ed anche in Europa, quel ruolo di prestigio decaduto da parecchi secoli, vale a dire dai tempi dell'imperatore Adriano .
L'azione del cardinale si manifestò non solo nel campo culturale ed artistico, ma anche in quello urbanistico,edilizio,agricolo,commerciale e perfino nell'industria estrattiva del travertino. Fu senza dubbi un buon governo, ma purtroppo andò incontro ad una sotterranea resistenza, perché, come si legge in una cronaca locale, in mezzo ai tiburtini c'erano allora "li più stravacanti(sic) cervelli che siano in tutto il mondo" .
L'estense dunque seguì un piano organico di progresso, che teneva conto delle necessità della popolazione, delle possibilità locali ed anche delle esigenze culturali; forse sognava ingenuamente di togliere quella corteccia di "stravacanza" dalla "dura cervice" dei tiburtini .
E nell'attuazione del piano non badò a spese, attingendo all'occorrenza al suo patrimonio privato, senza economia.
In tale opera egli ebbe al fianco Francesco Bandini Piccolomini (1505-1588), arcivescovo di Siena, che, per essere stato impegnato e compromesso nella politica filo francese nel 1552 a fianco e come luogotenente di Ippolito, caduta nel 1555 la repubblica di Siena, si era avviato esule a Roma. Qui ritrovò l'amico cardinale, che l'accolse fraternamente e dapprima lo inserì nel circolo della sua corte romana, che si muoveva tra il palazzo estense di Monte Giordano e la grande villa di Montecavallo, poi lo volle seco a Tivoli nella villa, che allora via via cresceva, si arricchiva di opere d'arte e diffondeva la fama delle sue attrattive.
A Tivoli l'arcivescovo Bandini Piccolomini trovò un ambiente in cui s'inserì molto bene: oltre l'amicizia del governatore e l'ammirazione dei tiburtini, trovò alcuni emigrati, di vecchia e di nuova data, piovuti dalla comune terra toscana in seguito alle precedenti e frequenti lotte di parte, da Firenze, Siena, Arezzo, Pistoia. Si dice che l'arcivescovo si sia dilettato perfino di scavi archeologici, eseguiti nelle rovine delle ville di Cassio e di Bruto, che qui forse come si credeva avevano tramato l'impresa tirannicida .
In via Maggiore l'arcivescovo si fece costruire un dignitoso palazzo,
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Tivoli dall'Accademia degli Agevoli alla Società Tiburtina passando per gli Arcadi Sibillini (sec.XVI-XX)
- Camillo PIERATTINI
vedi anche
Accademia degli Agevoli - Maylender Michele, storia delle Accademie d'Italia - Vol.I, pag.91
Accademia Sibillina - colonia arcadica, Maylender Michele, storia delle Accademie d'Italia - Vol.V, pag.174
Accademia Tiburtina - Maylender Michele, storia delle Accademie d'Italia - Vol.V, pag.317